Martedì normale, sedici e quaranta, le chiavi sono ancora calde in mano. La pioggia tamburellava sull’ombrello, le scarpe lasciavano segni bagnati sul tappeto.
Stavo solo pensando di togliermi il cappotto, mettere l’acqua sul tè e sdraiarmi un po ‘ con il telefono prima che i bambini tornassero dalle lezioni. La porta d’ingresso scricchiolò come sempre quando la spinsi leggermente con il fianco.
E poi quel suono.
Riso. Luminoso, perlato, femminile-uno che non ho mai tolto dalla gola in questo appartamento. Mi fermai di mezzo passo, l’ombrello gocciolava ancora sul pavimento. Per un secondo ho pensato che fosse la radio o la tv accesa nel soggiorno. Ma le risate si ripetevano, ora con un leggero sospiro, come se qualcuno avesse appena finito di raccontare qualcosa di veramente divertente. E poi ho sentito una seconda voce: bassa, maschile, familiare al dolore. Mio marito.
Il mio cuore mi batteva così forte in gola che non riuscivo a ingoiare la saliva per un momento.
Mi sono avvicinato in punta di piedi. Il pavimento nel corridoio scricchiolò a tradimento, ma non sentirono – continuarono a ridere. La luce della cucina cadeva sul pavimento in un lungo rettangolo caldo. Mi fermai proprio sulla soglia, la mano stessa premette contro lo stipite.
Sul bancone c’era il mio tagliere preferito, quello con la scritta “con amore dalla nonna”impressa su di esso. Su di esso c’erano pomodori a fette e mozzarella. Accanto a due bicchieri di vino, non ancora ubriachi. E al tavolo-lei.
Si sedette con le spalle rivolte verso di me, nel mio vecchio maglione grigio che avevo lasciato sullo schienale della sedia al mattino. I suoi capelli erano sciolti, le ciocche rosse cadevano sulle spalle. Mio marito era in piedi accanto, con la coscia appoggiata al piano di lavoro, e lo guardava come una volta mi guardava, con lo stesso sorriso morbido e sfocato.
– Dimmi, pensi davvero che nessuno se ne accorga? – ha gettato scherzosamente, tirandosi indietro i capelli.
Nessuno, rispose piano. – Torna oggi dopo le sette.
A quel punto, la tavola mi cadde dalle mani. Cadde a terra con uno schianto. Entrambi si sono voltati contemporaneamente.
Il silenzio che ne seguì fu denso come il catrame. Il viso di suo marito prima impallidì, poi arrossì – in una frazione di secondo attraversò tutte le fasi del panico. Alzò un sopracciglio come se qualcuno avesse interrotto il suo spettacolo preferito. Non si è alzata. Si appoggiò solo leggermente allo schienale della sedia, come se volesse vedermi meglio.
– Costosa … – ha iniziato, facendo un passo nella mia direzione. La sua voce tremava, ma cercava di suonare normale. – Non e ‘ come pensi.
– Come penso? sono rimasto sorpreso dalla mia stessa voce. Sembrava alieno, piatto, come se appartenesse a qualcun altro.
Alla fine si alzò. Lentamente, con grazia. Mi tolse il maglione in un colpo solo e lo gettò sullo schienale della sedia come se fosse un vecchio straccio. Sotto c’era una camicetta nera con una scollatura, una che non ho mai indossato. Si avvicinò, fermandosi a mezzo metro da me.
“Ciao”, ha detto. – Sono Olya. Penso che tu lo sappia già.
Non si strinse la mano. Mi guardava dritto negli occhi, senza vergogna, senza imbarazzo. Come se fossi io l’intruso nella sua cucina.
Il marito le afferrò la spalla.
– Olya, per favore.…
– Cosa, per favore? – ha rinunciato, senza distogliere lo sguardo da me. – Sappiamo entrambi come andrà a finire.
In quel momento, qualcosa si è rotto in me. Non forte, non urlando. Tranquillo, come una vecchia lampadina che si spegne senza crepitio.
“Esci,” dissi.
Ha aperto la bocca, ma ho alzato la mano.
– Entrambi. Immediatamente.
Olya scrollò le spalle, prese una borsa dal bancone. Mio marito mi guardò supplicando.
– I bambini torneranno tra un’ora… – Sussurrò.
Quindi hai cinque minuti per vestirti e andartene. Spiegherai il resto da solo.
Non hanno discusso. Olya uscì per prima, picchiettando i tacchi lungo il corridoio. Si fermò sulla soglia della cucina, mi guardò per l’ultima volta.
Ho riattaccato.
Poi sono andato in bagno. Ero davanti allo specchio. Mi sono guardato a lungo. Sulle rughe degli occhi, su una ciocca grigia che non avevo notato prima. Sulle labbra che una volta ridevano più spesso.
E per la prima volta da quel martedì ho sorriso. Non ampiamente. Non felice. Ma davvero.
Perche ‘ho capito che non e’ piu ‘ casa mia con lui. E ‘ casa mia. Con i bambini. Con la pioggia sul davanzale della finestra. Con una tavola “con amore dalla nonna””
E che rimango qui. Lui no.
