Il medico tornò nel corridoio con il volto serio.
Lucas era dietro la tenda, pallido e tremante.
Io non riuscivo quasi a respirare.
— «Abbiamo effettuato ulteriori esami,» disse il medico.
Camila si alzò di scatto.
— «E allora?»
Il medico non la guardò.
Guardò me.
— «Suo figlio presenta segni di violenza fisica ripetuta.»
La parola “ripetuta” cadde come un colpo secco nella stanza.
Camila rise nervosamente.
— «È solo goffo, cade sempre.»
Il medico scosse la testa.
— «Non sono incidenti.»
Silenzio.
L’agente di polizia prese appunti.
— «Questo verrà registrato ufficialmente.»
Camila si voltò verso di me.
— «Sei tu che hai rovinato tutto.»
Io la guardai senza emozione.
— «No. Io sto proteggendo mio figlio.»
Lucas fu portato in una stanza separata.
Finalmente potei vederlo.
Era piccolo, pallido, distrutto.
— «Papà… non voglio tornare.»
La mia voce si spezzò.
— «Non ci tornerai.»
Poi sussurrò:
— «Mamma si arrabbia se parlo.»
Tutto dentro di me si congelò.
— «Che cosa succede a casa?»
Esitò a lungo.
— «Se parlo… non mi danno da mangiare.»
In quel momento la porta si aprì.
Camila entrò furiosa.
— «È una bugia!»
Lucas iniziò a tremare.
Mi misi davanti a lui.
— «Non ti avvicinare.»
— «Gli credi più che a me?» gridò lei.
— «Sì.»
E tutto cambiò per sempre.
