A 10 anni mandò all’aria il matrimonio combinato che avevano deciso per lei masticando una melanzana cruda fino a tingersi i denti di nero. A 6 anni fu immobilizzata a terra e mutilata. A 49 anni finì in carcere. Da una cella, con una matita per occhi e fogli di carta igienica, scrisse pagine che avrebbero alimentato uno dei filoni più forti del femminismo arabo.
Si chiamava Nawal El Saadawi.
Nacque il 27 ottobre 1931 a Kafr Tahla, un piccolo villaggio egiziano, seconda di nove figli. In casa e fuori casa cresceva in una cultura che considerava spesso le bambine un peso. Sua nonna lo diceva senza abbassare la voce: «Un maschio vale almeno quindici femmine, le femmine sono una disgrazia». Nawal quelle parole le sentì bene. Le rimasero addosso per tutta la vita, ma non le accettò mai.
A 6 anni subì la mutilazione genitale femminile. Furono le donne della sua famiglia a tenerla ferma mentre veniva praticata. Il dolore le restò nella memoria e, insieme a quel ricordo, prese forma anche la decisione: parlare di quella violenza e combatterla.
A 10 anni arrivò un altro tentativo di controllo. La famiglia aveva già scelto un marito e i parenti del futuro sposo stavano per andare a vederla. Nawal decise di rovinare tutto. Entrò in cucina, trovò una melanzana cruda e la masticò fino a macchiarsi i denti di nero. Quando gli ospiti arrivarono, sorrise apposta. Bastò quello. Guardarono quei denti anneriti e se ne andarono senza concludere niente.
Così il matrimonio saltò. E lei guadagnò tempo.
Quel tempo lo usò fino in fondo. Suo padre, più aperto di molti uomini della sua generazione, sosteneva che anche le figlie dovessero studiare. Nawal leggeva tutto quello che trovava. A 13 anni scrisse il suo primo romanzo. Poi scelse la medicina.
Nel 1955, a 23 anni, si laureò in Medicina all’Università del Cairo. Tornò a lavorare nelle zone rurali dell’Egitto e lì vide da vicino che cosa produceva il patriarcato sui corpi delle donne: complicazioni legate alla mutilazione genitale, morti durante il parto, mogli intrappolate in matrimoni violenti senza vie d’uscita. Da lì cambiò tutto. Non rimase in silenzio.
Nel 1972 pubblicò Donne e sesso, un libro in cui attaccava apertamente la mutilazione genitale femminile e il controllo sistematico esercitato sul corpo e sulla sessualità delle donne. La risposta del potere arrivò subito. Fu rimossa dal suo incarico nella sanità pubblica. La rivista che dirigeva venne chiusa. I suoi testi furono censurati.
Continuò a scrivere.
Nel 1975 uscì Donna a punto zero, romanzo costruito a partire dall’incontro con una detenuta conosciuta mentre lavorava come psichiatra: una donna condannata a morte per aver ucciso un uomo che la sfruttava. Il libro diventò una delle opere centrali della letteratura femminista araba.
Nel 1981 era ormai una figura troppo scomoda per il regime. Sotto la presidenza di Anwar al-Sadat, che presentava l’Egitto come una democrazia aperta alla critica, Nawal fu arrestata durante una grande stretta repressiva contro oppositori e intellettuali. Il motivo reale era la sua voce.
Nel settembre di quell’anno, a 49 anni, venne rinchiusa nel carcere femminile di Qanatir. Le negarono carta e penna. Lei trovò un altro modo. Un’altra detenuta le procurò una matita per sopracciglia. Nawal iniziò a scrivere sulla carta igienica: pensieri, episodi, storie delle donne recluse con lei, osservazioni sul carcere politico e sul controllo patriarcale. Quegli appunti, usciti di nascosto dalla prigione, sarebbero poi diventati Memorie dal carcere delle donne.
Ma non si fermò lì.Nel 2005, a 73 anni, annunciò la volontà di candidarsi alla presidenza contro il lungo potere di Hosni Mubarak. Sapeva bene che non si trattava solo di una corsa elettorale. Era un atto politico chiaro: rivendicare che le donne avevano diritto a stare in ogni spazio, compreso il più alto incarico dello Stato.
Nel corso della sua vita affrontò censura, carcere, esilio, minacce di morte e accuse di apostasia. Lo Stato chiuse più volte le sue organizzazioni e vietò i suoi libri. Autorità religiose cercarono perfino di separarla con la forza dal marito. Anche questo non bastò.
Nawal El Saadawi morì il 21 marzo 2021 al Cairo, a 89 anni. Fu spesso definita la Simone de Beauvoir del mondo arabo e una delle figure centrali del femminismo nella regione. Il suo lavoro lasciò una traccia precisa: il femminismo arabo non arrivava dall’esterno, ma nasceva anche lì, dentro esperienze vissute e battaglie portate avanti da donne come lei.
Tra le femministe egiziane contemporanee, anche Mona Eltahawy l’ha indicata come una prova concreta di una storia spesso ignorata: nel mondo arabo le donne hanno lottato per i propri diritti da sempre.
Nawal El Saadawi passò quasi novant’anni a opporsi a quello che era stato deciso per lei. Prima da bambina, poi da medico, da scrittrice, da detenuta, da attivista. E una delle prime volte in cui lo fece aveva 10 anni, una melanzana cruda tra i denti e abbastanza lucidità per capire che, in quel momento, salvarsi voleva dire sorridere nel modo giusto.
